Il concetto di personalità e l’evoluzione degli studi psicologici: quale classificazione nosografica
Paolo Di Biagio
"La personalità umana è forse il sistema più complesso tra tutti i complessi sistemi che si trovano sulla terra". Questa citazione, tratta da "La separazione dalla madre", di John Bowlby (1975), nella sua semplicità, sembra essere la più adatta per introdurre la trattazione che segue.
Essendo estremamente complesso il fenomeno "personalità", diventa difficile se non impossibile arrivare a darne una definizione univoca, anche perché essa viene ad essere cercata da pensatori, psicologi o filosofi, che a loro volta avranno una loro personalità, e quindi saranno condizionati dalla loro soggettiva visione di se stessi e del mondo: ragione per cui uno psicologo che volesse diventare psicoterapeuta non potrà non chiarire bene quali dinamiche siano attive nel suo complesso mondo interiore, al fine di riuscire a trascendere la sua soggettività per accettare l'oggettiva possibilità dell'altro – il paziente – di esprimere la sua soggettività: in altre parole, lo psicoterapeuta deve sospendere il giudizio, trascendere le sue inclinazioni, le sue convinzioni politiche, le sue visioni spirituali o l'assenza di esse, deve sgombrare la sua visione del mondo da ogni influenza di un possibile relativismo culturale per dare spazio nella relazione terapeutica solo all'unicità della persona che si è rivolta a lui per essere aiutata a comprendersi.
L'impossibilità di una definizione univoca ci viene dal constatare che un solo psicologo, Allport, arrivò a formulare quasi cinquanta definizioni diverse della personalità nel suo saggio del 1937, e questa moltitudine di definizioni era data dalla possibilità di analizzare il fenomeno da angolazioni e prospettive differenti – biosociale, biofisica, contestuale, integrativa… – per arrivare ad una concezione individualistica della personalità, la "personalità unica" che di fatto lasciò insoddisfatti molti clinici del suo tempo.
Hall e Lindzey, nel 1957, concludevano che:
"la personalità è definita dai particolari concetti empirici che costruiscono la teoria seguita dallo studioso. In termini concreti, la personalità consiste in un insieme di valori e termini descrittivi usati per rappresentare l'individuo, esaminato in base a quelle variabili o dimensioni che occupano una posizione centrale nella particolare teoria seguita" (Hall e Lindzey 1957).
Il che rimanda anche alla variabile "teoria", ovvero alla tendenza di chi si occupa dello studio della psicologia, di contestualizzare l'oggetto della sua osservazione in quella che si presenta essere come la sintesi delle conoscenze sulla natura umana, in un determinato momento o epoca della vita di una cultura, e di definirlo sulla base dei parametri che l'attualità culturale propone. Già questa conclusione ci mostra quanto il contesto culturale possa portare lo studioso ad avere una concezione della personalità definita in una teoria che è volubile, così come le culture sono volubili alla dinamica che le modifica nel tempo, a seguito delle scoperte scientifiche, e delle evoluzioni – o involuzioni – politiche e sociali. Accade allora che anche le differenti culture avranno una visione propria, soggettiva, di quello che è il fenomeno definito nel concetto di "persona".
Allo stato attuale dello sviluppo scientifico, la tendenza è quella di perpetuare il confronto fra:
(1) l'unicità dell'individuo, unicità che si può considerare una certezza, e
(2) l'indagine teoretica e clinica che vuole catalogare in modo sempre più puntuale il complesso sistema della personalità, per arrivare ad averne una conoscenza oggettiva.
I due termini del dilemma sono facilmente spiegabili. Il primo, l'unicità, ci viene dall'applicazione delle teorie sistemiche alla biologia, che sembra aver dato una conferma scientifica alle ipotesi di Allport e seguaci.
Nel lavoro di G. Bateson troviamo un'interpretazione innovativa e ancora attualissima di come il fenomeno dell'entropia caratterizzi l'intera biosfera. Un grado cospicuo di mescolanza, disordine, casualità e anche di indifferenziazione sussiste nelle relazioni fra le componenti di un qualunque aggregato, sia esso relativo alla fisica che alla biologia. La sua antitesi viene definita entropia negativa, e fa sì che il livello di indifferenziazione resti confinato entro un limite per cui il continuo disordine prodotto dall'entropia non sfoci in un'alterazione dei fenotipi, così che gli esseri viventi tendano ad apparire tutti uguali, pur essendo tutti essenzialmente diversi. Per semplificare, potremmo dire che tutti i topi sembrano uguali, se non per le dimensioni soggette ad una variazione in buona parte legata allo stadio evolutivo, ma di fatto ognuno ha un suo corredo genetico, unico, e trasmissibile solo in parte alla sua discendenza biologica.
Questo vale per tutti gli esseri viventi, e lì dove le differenze sono evidenti – si pensi alla differenza nel disegno della pigmentazione sul manto di un equino, o di un bovino – riconosciamo la tendenza dell'evoluzione a produrre differenze, restando nell'ambito di un fenotipo definito, ovvero quello che determina la struttura fisica e biologica di un cavallo o di una mucca; in questo secondo caso, ovvero ai mammiferi bovini ed equini, come in altre specie, è l'ambiente influenzato dalla mente umana a contribuire affinché l'entropia negativa risulti sempre più incisiva ed evidente, ed è allora opportuno parlare di fenocopie più che di fenotipi: l'epigenetica ci dà ampie conferme a riguardo.
Quindi, nel costante confronto con l'ambiente, ciò che l'entropia produce si seleziona per adattarsi all'ambiente. Il risultato di questo adattamento, il genotipo, viene trasmesso alla prole, insieme alla stessa capacità adattativa, che si risolverà in organismi reali, dotati di proposizioni descrivibili, di prerogative simili che possono dare il senso dell'indifferenziato, o di rendere meno percepibile la differenza.
Questa dinamica, applicata all'essere umano, spiegherebbe perché, pur essendo tutti biologicamente e geneticamente umani – siamo tutti dotati di organi di senso, di un sistema nervoso centrale, di una stazione eretta, di un linguaggio verbale, di un pensiero, di arti prensili capaci di manipolare materiali duttili e malleabili… – siamo di fatto tutti assolutamente diversi, per il patrimonio genetico, le potenzialità, come per l'aspetto esteriore: il cervello di chi scrive non è certo paragonabile a quello di Mozart, e la sua velocità non ha niente a che vedere con quella di un centometrista afroamericano. Vi possono essere individui umani molto somiglianti, tanto che parliamo di "sosia" mutuando il termine da un'invenzione teatrale. Di fatto, i veri sosia non esistono: infatti ognuno di noi ha il suo corredo genetico, unico e irriproducibile (sorvoliamo sulle questioni inerenti la clonazione). I soli sosia effettivi, come sappiamo, sono i gemelli monozigoti, sulla cui peculiarità personologica è necessario si continuino a dedicare studi monografici.
Quanto appena detto potrebbe essere applicato al fenomeno della personalità: così come ognuno di noi ha il suo viso, la sua fisiognomica che lo rende riconoscibile dagli altri, unico, identificabile dalla foto sul passaporto, così ognuno ha la sua personalità unica, univoca; anche volendo considerare primaria la componente genetica, non è detto che la personalità sia riproducibile con la clonazione, come lo sarebbe l'organismo biologico. Anche per l'organismo biologico l'influenza dell'ambiente è determinante ai fini del suo sviluppo ontogenetico; per quanto la scientificità del pensiero psichiatrico – più che psicopatologico – tenda a minimizzarlo, la personalità si struttura e si definisce sulla base di ciò che riesce ad imparare dall'ambiente al quale deve adattarsi, e che altre personalità prima di lui hanno connotato e condizionato, condizionandola e anche connotandola a partire dalle prime cure genitoriali, fino al contesto sociale nel quale sarà immersa; tali condizionamenti e connotazioni, inoltre, come ci conferma l'epigenetica, modificano la struttura biologica dell'individuo finanche nella produzione dei suoi gameti, trasmettendoli alla discendenza.
Da qui, allora, l'attualità di una parte delle teorie di Allport.
Il secondo termine del dilemma su citato, allora, come si spiega? Come mai la branca della psicologia che si occupa dei fenotipi psicologici male adattati all'ambiente, per condotte inadeguate, conflittuali, o per stati interiori che non consentono comunque una buona relazione con il mondo esterno, la psicopatologia, ha continuato a ricercare e classificare le prerogative delle personalità patologiche, tendendo a standardizzarne sempre di più le modalità disfunzionali, finalizzate a definire modelli standardizzati di personalità patologica?
La risposta appare spontanea: approfondire la conoscenza della psicopatologia serve a conoscere meglio il fenomeno che si vuole arrivare a modificare, ovvero aiutare la persona a rivalutare l'entropia negativa del suo sistema interiore tramite il quale entra in relazione con il mondo esterno, renderla più in grado di gestire il suo stato emozionale e affettivo, ed iniziare ad essere in relazione con l'ambiente e con se stessi in modo armonico, se non armonioso: in due parole, l'approfondimento diagnostico servirebbe a facilitare il processo terapeutico. Il presupposto etico e deontologico è ineccepibile.
L'ingente lavoro della psichiatria, della psicologia, e della psicopatologia sembra infatti non deviare da questa direzione: dare una classificazione tassonomica alle differenze fra i modi di essere della personalità, per arrivare a neutralizzarne il quanto più possibile l'ampiezza, e giungere ad individuarne nel modo più calibrato possibile la singolarità, per dedicarle una cura altrettanto specifica e mirata. Dalla prima edizione del DSM, per arrivare alla quinta - o meglio al "cinque"- nell'arco cioè di mezzo secolo, le classificazioni psicopatologiche sono costantemente aumentate, si sono definite in modo nuovo patologie già presenti, altri comportamenti sono stati considerati patologici, altri non sono stati più considerati tali.
Anche concentrandoci sui disturbi di personalità, evitando le riflessioni sulle patologie relative al pensiero e all'identità, possiamo osservare un modificarsi della loro valutazione, un ripensare alla loro pertinenza, e alla loro sussistenza. Come mai questi cambiamenti? E' ancora l'epigenetica a dirci che, se pur il DNA umano rimane stabile, almeno in un lasso di tempo quantificabile in epoche e non in ere geologiche, la sua natura si modifica, e così i suoi comportamenti.
Così, anche l'adeguatezza delle sue modalità di funzionamento in rapporto con il mondo esterno cambiano, come cambia la visione che ognuno può avere di se stesso. Il tentativo della scienza medica, e psichiatrica, cerca di arrivare ad una visione univoca della patologia psichica e psicologica, partendo dal presupposto che il genoma umano sia stabile e definito. Di fatto, le persone soffrono in modo differente, di sofferenze psichiche simili ma comunque differenziabili, in epoche diverse.
La scienza si trova a mettere in discussione se stessa, rivalutando la capacità dei vari fenotipi psicologici di adattarsi ad un ambiente mutevole e ad un contesto socio culturale che è sempre in divenire. Accade allora che, a seconda di come evolve il contesto ambientale e socioculturale, alcune patologie vengono a risolversi, o semplicemente a non essere più considerate tali, mentre altre emergono, come conseguenza di una difficoltà di adattamento al contesto.
Il primo caso, quello cioè di un contesto che evolvendo estingue un fattore patogeno responsabile di una risposta patologica da parte della persona, è ben esemplificato dalla nota estinzione dell'isteria in quanto patologia endemica ad altissima incidenza, fino ad un secolo fa. Agli esordi della psicoanalisi, Freud e gli psichiatri che concorsero con lui nell'affermazione della cura psicoanalitica partirono proprio dallo studio di questa psicopatologia. Essendone in una percentuale altissima afflitte le donne, si poté constatare che l'iniziare a parlare in termini scientifici di sessualità, come appunto fece Freud, e iniziando a sfatare il tabù che reprimeva l'espressione della sessualità, soprattutto di quella femminile, si ebbe l'effetto di portare tale disturbo ad un drastico ridimensionamento: oggi i casi come quelli diffusissimi nell'epoca vittoriana, di isteriche con sintomi evidenti e persistenti, sono ridotti ad una cifra epidemiologicamente irrisoria, per lo meno nella cultura occidentale, dove la sessualità femminile non ha più le restrizioni che sussistevano fino ad alcuni decenni fa.
Come esemplificativo del secondo caso, ovvero le difficoltà di adattamento al contesto, oggi assistiamo ad un proliferare preoccupante dei disturbi alimentari, conseguenti alla necessità di apparire con un corpo magro. Il contesto ambientale e culturale è da alcuni decenni condizionato da un proliferare di immagini. Come ci insegnano la sociologia, l'iconologia e la scienza delle immagini, quella contemporanea è l'era dell'immagine; già da decenni l'immagine proliferava attraverso il medium della televisione e nelle pubblicizzazioni di tutti i tipi, diffusa capillarmente attraverso le riviste; oggi più che mai, con l'avvento della tecnologia digitale, tutta l'esistenza umana è sottoposta ad un continuo confronto visivo con se stessa e con gli altri. La relazione passa attraverso una trasmissione di immagini. L'apparire è sempre stato un fattore essenziale nella relazione interpersonale, dal sapiens sapiens in poi. Oggi però si ha la possibilità di percepire l'immagine dell'altro anche se non fisicamente presente, ingigantito da un maxi schermo, e ancora di più, date la possibilità che si ha di rendere visibile la nostra immagine all'altro, anche in nostra assenza: la tecnologia ha fornito alla persona la possibilità di affermare la sua unicità attraverso la diffusione della sua immagine su una piattaforma planetaria, facendo sì che l'immagine di se stessi diventi facilmente un'ossessione: il proliferare di patologie relative ai disturbi alimentari non è oggi pari a un secolo fa. Questa non vuole essere un'affermazione apocalittica. L'esempio vuole illustrare il fenomeno di un mutamento sociale che porta la percezione del proprio corpo, in questa epoca – piuttosto che in altre forme – ad essere la patologia più esprimibile in una forma sintomatologica – come le eteroclite disfunzioni somatiche delle isteriche di un secolo fa.
Oltre a forme di disturbo differenti, si devono anche notare interpretazioni differenti di comportamenti che sono sempre stati presenti nella natura umana, ma considerati un tempo adatti ad un contesto storico e culturale, e risultando invece inadeguati in altre epoche o momenti storici.
È il caso eclatante dell'omosessualità. In epoche passate, più che una patologia, era considerata un crimine, tanto che in molti codici penali erano previste pene severe per gli omosessuali. Passò poi ad essere vista come una malattia, e non più soltanto un peccato o un reato. Infine, ha cessato di essere una patologia quando si è iniziata ad accettare la variabilità dell'orientamento sessuale, e quindi il suo essere non necessariamente rivolto all'etero. Nel 1973 il DSM, alla sua terza edizione, cancella l'omosessualità dalle patologie della sessualità. Il confronto in merito alla cancellazione o meno di tale orientamento sessuale fu addirittura oggetto di acceso dibattito fra i numerosi componenti dell'American Psychiatric Association, con antagonismi fra chi era per la sua cancellazione e chi per il mantenimento della diagnosi nel manuale, tanto che si dovette arrivare ad una votazione: certo non un modo "scientifico" di giungere ad una definizione di un fenomeno mentale.
In questo senso, un passo in avanti è stato compiuto passando da una valutazione categoriale della psicopatologia ad una visione dimensionale del fenomeno inerente la personalità.
Le varie edizioni del DSM si sono succedute attraverso decenni di grandi cambiamenti sociali e culturali, arrivando fino alla globalizzazione delle culture attuata con la rivoluzione dell'informatica; si è passati così da una visione scientifica che voleva definire un modo giusto o sbagliato di essere della personalità, ad un'altra, meno positivistica e più aperta ad una visione probabilistica e culturalmente neutrale, dove esistono dei modi di essere più o meno equilibrati nel rapportarsi con il mondo esterno.
Anche considerando la variabile biologica come prioritaria rispetto all'affermazione di una diatesi che potrebbe portare ad un dato disturbo di personalità, la patologia risulta insussistente se non intervengono fattori esperienziali ad enfatizzare la valenza dei tratti, facendo incrementare le loro dimensioni fino alla disfunzionalità stessa della personalità. Scrive J. Paris:
"La variabilità biologica sarebbe il fattore che determina quale tipo di disturbo potrebbe svilupparsi in ogni individuo, mentre fattori psicologici e sociali determinerebbero la soglia oltre la quale questi tratti di personalità divengono disadattivi" (1997).
Tale visione ci avvicina al fulcro del problema. Ciò che stiamo trattando si basa su un paradosso: l'essere umano, colui che è dotato di una mente pensante, vive una sua soggettività ineluttabile, da una prospettiva individualistica la si potrebbe considerare anche monadica, ma esistente in funzione di una realtà esterna che tende ad essere oggettiva, nella misura in cui raccoglie la moltitudine di soggettività dei singoli individui umani che formano il contesto relazionale, la collettività, e che va a costituire una dimensione oggettivamente "altra" dal singolo componente, dal soggetto. Il soggetto, l'individuo, ma diciamo meglio la "persona", vive e si relaziona con un mondo che è altro da sé, che percepisce come esterno a sé, ed è condizionata dall'interazione fra una moltitudine di persone, un'interazione che genera a sua volta una entropia negativa necessaria per dare un ordine alle dinamiche altrimenti caotiche intercorrenti nell'infinito mescolarsi di esperienze individuali, di entropie negative personali.
Stiamo parlando della variabile culturale; la variabile che fa apparire l'omosessualità una malattia, ma poi, con il suo variare, la rende solo un possibile orientamento sessuale. Succede, in altre parole, che quel tutto che è più della sommatoria delle sue singole parti, più che generare un ordine, tende a dare un equilibrio alla dinamica relazionale all'interno della sommatoria, un equilibrio instabile, data l'instabilità del fenomeno sociale come di quello individuale, della singola persona, della personalità. Succede allora che i fenotipi psicologici vengono ad essere omologati ad un prototipo – una fenocopia - che tende a condizionarli affinché il loro essere fenomenico si mantenga all'interno di un certo spettro valoriale, sia plasmato da forme apprese di comportamento razionale, che sfociano anche nell'affettivo ed emotivo, e che a loro volta contribuiranno a tenere attiva le dinamiche della variabile culturale.
Quello che proviamo ora a descrivere è una prospettiva inversa a quella appena citata. La psicopatologia sembra partire dal presupposto che la personalità, seguendo uno sviluppo ontogenetico simile all'organismo biologico, a causa di diversi fattori eziologici, devii dalla linea di un corretto sviluppo, divenendo disfunzionale ai bisogni emozionali e relazionali della persona. Quello che ci dice l'osservazione dello sviluppo psicologico sembra essere invece il contrario: la personalità non si avvale di una risorsa unicamente biologica per arrivare a realizzarsi, non segue la dinamica dell'organismo in crescita, ma è una potenzialità che non potrà risolversi in una realizzazione, se non attraverso il supporto relazionale che la "persona" può ricevere sin dai primissimi momenti della sua esistenza, quando non è ancora, di fatto, possibile parlare di persona, come anche di personalità. In altre parole, se esiste un organismo umano neonato, dotato di un corredo genetico con potenzialità ottimali, questo crescerà e si svilupperà nel migliore dei modi se sarà ben nutrito e gli verrà data l'opportunità per muoversi e far funzionare al meglio il suo metabolismo; questo non può dirsi per la personalità, dato che non si può parlare di una personalità "neonata"; la psicopatologia parte da una visione nosologica che considera "malato" l'organo o l'organismo sano una volta che ha contratto una malattia, ma la personalità non si ammala, semplicemente non evolve come dovrebbe. Si tende cioè a voler considerare la personalità come un sistema di per sé funzionale e adattivo, ma che si corrompe a causa di uno sviluppo sbagliato, o anche per un'insufficienza genetica nella risorsa neurologica del sistema nervoso centrale che la ospiterebbe: si parte dal "sano" per andare verso il "malato". Pensiamo che sia più corrispondente al dato di realtà il contrario. Dovremmo cioè valutare il fenomeno partendo dal "patologico" – malato, da intendersi come conseguenza della carenza di cure adeguate – per andare verso il "funzionale" – "sano", da intendersi come ottimizzazione delle cure ricevute.
L'organismo biologico inizia a sussistere come entità definita fin dal concepimento, nella completezza o nella carenza delle sue risorse date geneticamente. Il neonato diviene un fenomeno chiaro, definito sia sul piano biologico che ontologico, ma la personalità? Quando il nostro "esserci nel mondo" diviene una realtà da noi stessi esperita, oltre che vissuta, e riconosciuta anche dagli altri? Gli ultimi decenni di studi osservazionali e longitudinali, hanno acclarato la concomitanza di fattori biologici, psicologici e sociali che concorrono affinché una personalità arrivi ad essere funzionale o meno alla realtà nella quale sarà immersa.
Per chiarire meglio quanto sopra: la neurobiologia attribuisce oggi una coincidenza che si approssima alla costanza per quanto riguarda il disturbo borderline e antisociale di personalità, individuando delle carenze nell'estensione dell'area cortico-frontale, arrivando ad affermare un'eziologia puramente organica dei disturbi di personalità del cluster B. Tenendo in considerazione la necessaria sussistenza di una cura neonatale, per tutta l'infanzia e buona parte dell'adolescenza, potremmo dire che, pur sussistendo una tendenza neurobiologica all'impulsività e alla difficile gestione delle emozioni, se sussisterà una buona cura e una buona esperienza di relazione con il mondo esterno, tale tendenza neurologica non degenererà in un disturbo, magari anche connotato da elevata gravità. Qualcosa di simile si potrebbe ipotizzare allora anche per la depressione piuttosto che l'ossessività… Aggiungiamo che un neonato fornito di un sistema neurologico che non lo porterebbe ad adattarsi ad un dato contesto sociale e relazionale, potrà avere comunque più possibilità di adeguarsi se avrà le cure psicologiche necessarie.
Secondo la visione dimensionale dei disturbi di personalità, prima citata, non si parla più di specifiche caratteristiche patologiche, ma di modalità di funzionamento della personalità, di tratti del comportamento che nel DSM-5 sono stati definiti e raggruppati in "domini", ovvero specifici modi di essere della persona in relazione con il mondo esterno e più o meno in contatto con il suo mondo interno. Già C. G. Jung aveva dato una descrizione della personalità in questi termini, quando nel 1921 pubblica "I tipi psicologici", descrivendo la personalità come connotata dalla predominanza dell'introversione piuttosto che dell'estroversione, e fra questi due opposti, introversione-estroversione, collocava le declinazioni del tipo introverso, riflessivo, intuitivo e percettivo – un totale di otto tipologie, poi definite da un'infinità di sfaccettature, determinate dal complesso familiare, dall'unicità dell'esperienza nonché dalla partecipazione ad una complessità universale che renderebbe ogni personalità unica, protesa verso un'individuazione di se stessa che l'analisi doveva aiutare a raggiungere.
Gli studi sulla personalità e sui suoi tratti si sono moltiplicati nei decenni, mantenendo sostanzialmente la distinzione fra introversione e estroversione, e sempre nell'antagonismo fra chi dava predominanza all'apprendimento sociale (Bandura 1977) per la sua genesi e formazione, e i sostenitori di una visione neurofisiologica, come Eysenck (1991), che ha proposto un'analisi fattoriale, individuandone tre fondamentali: estroversione, nevroticismo, con riferimento a stabilità emozionale, e psicoticismo, da intendersi come la capacità di coinvolgimento nelle relazioni interpersonali.
Il modello dimensionale che è stato maggiormente seguito è quello a cinque fattori (Costa, McCrae 1988, Wiggins, Pincus 1989, Costa Widiger 1994), individuati in 1) nevroticismo 2) estroversione 3) gradevolezza "calore emotivo" 4) coscienziosità 5) apertura all'esperienza. Il punto fondamentale, comunque, resta il fatto che tali tratti, o domini, o più semplicemente modi di essere che riconosciamo in noi stessi e negli altri, sarebbero presenti in misura maggiore o minore in ogni persona, rendendola una personalità più o meno aperta nelle relazioni, più o meno portata ad esprimere i propri sentimenti, più o meno sensibile a quello che accade attorno a lei, e più o meno curiosa nei confronti dell'esistere; si vede bene che il "più o meno" costituisce il baricentro per l'equilibrio di una personalità, che sarà adattiva e funzionale quanto più sarà stabile sul suo baricentro, ovvero quanto più i suoi tratti predominanti non si irrigidiranno assumendo dimensioni eccessive, fino ad essere invalidanti. I tratti e i disturbi sarebbero allora in una relazione di continuità: il disturbo sopraggiunge quando i tratti che caratterizzano la personalità superano un certo limite, divenendo disfunzionali e disadattivi (Livesley, 1987; Livesley, Jackson 1992).
Di fatto, sono allora le cure psicologiche, la recettività di un dato ambiente sociale e le peculiarità di un dato clima culturale a far sì che una personalità emerga, e forse potremmo anche dire "nasca", per poi realizzarsi in modo più o meno completo. Potremmo allora dire che la personalità, come potenzialità, si definisce insieme all'embrione, ma si attualizza e si definisce solo a seguito delle cure psicologiche adeguate e in un contesto relazionale sufficientemente recettivo ai suoi bisogni. Se di fatto non sussistono cure psicologiche, e se la personalità potenziale non sarà accolta da un ambiente favorevole al suo sviluppo, quale sarà la sua evoluzione? Potremmo parlare di personalità se un individuo umano nascesse in isolamento, accudito in modo asettico, alimentato e curato fisicamente, ma non accudito nel suo bisogno affettivo e di relazione? Sappiamo bene che le personalità più disturbate spesso hanno alle spalle esperienze neonatali altamente deprivate di quelle cure specie-specifiche che gli studi di Bowlby, Ainsworth, e tanti altri psicologi dell'età evolutiva hanno condotto in decenni di ricerca, ricerche corredate da osservazioni comparate con studi etologici su altre specie animali, producendo una letteratura ampia ed esaustiva a riguardo.
La complessità della cura psicologica e la necessità di un ambiente recettivo ai bisogni del neonato sono state ampiamente documentate dal lavoro di M. Klein e dal seguente sviluppo del suo pensiero, fino a Bion. Quello che si vuole affermare è la difficoltà di definizione del concetto di personalità in quei casi in cui i bisogni relazionali e psicologici non sono stati sufficientemente ricevuti.
Abbiamo affermato che la psicopatologia presupporrebbe un ipotetico o sottinteso concetto di salute mentale, sempre però mutevole ed esposto a revisione, e definirebbe gli scostamenti da tale modello ipotetico come il disagio di una patologia della personalità. Forse, ribadiamo, dovremmo partire da una congenita insufficienza della mente a svilupparsi autonomamente e concretamente, senza ricevere le cure psicologiche necessarie dall'esterno; forse dovremmo attenerci ad un'osservazione puntuale di quella che è una assenza naturale di personalità alla nascita – ribadiamo ancora: se non in potenza – .
Prendiamo in considerazione le definizioni diagnostiche individuate dalla psicopatologia contemporanea per definire i disturbi di personalità, e confrontiamole con quelle che sono le prerogative dell'essere umano "neonato": potremo vedere che nel neonato i tratti individuati tendono a sussistere, tutti e in modo più o meno evidente, a seconda delle fasi dello sviluppo neonatale, e sussistono non solo in forma di tratti, ma sempre in modalità estrema, ovvero dominando in modo assoluto la realtà psicologica, e sbilanciato rispetto a quella che dovrà essere la capacità di autonomia, controllo e padronanza di sé rappresentata dall'adulto potenziale verso il quale protende il suo sviluppo evolutivo.
Per meglio esemplificare quanto appena affermato, prendiamo la classificazione dei disturbi di personalità a tutt'oggi presenti nel DSM-5, ovvero la tripartizione dei tre cluster, che oltretutto è comparabile alle tre dimensioni prima citate di Eysenck e dallo stesso autore ritenute in buona parte corrispondenti ai cluster di quello che era considerato l'asse II dei disturbi mentali fino DSM IV. Si potrà notare che i tratti sono tutti estremizzati nel neonato, e che il processo ontogenetico consisterà nel ridimensionamento dei vari tratti.
Le reazioni emozionali e affettive del neonato sono assolutamente estreme, e su di esse il neonato non ha alcuna capacità di controllo, dato che non ha neanche la minima consapevolezza della sua possibilità di esercitare un controllo su di esse: se non lo si aiuterà a conoscerle e a controllarle autonomamente, se non gli si offrirà quel "contenitore" con il quale attuare una relazione in grado di arrivare a riconoscersi capace di darsi da sé quel contenimento e anche quella gratificazione che il contenitore (adulto caregiver) gli offre in quelle prime fasi della sua esistenza, se quelle reazioni emozionali e affettive ancora del tutto irrazionali non verranno ad essere elaborate ed integrate in modo da essere gestite dal neonato divenuto gradualmente adulto, esse non resteranno espressioni di "tratti" del comportamento, ovvero di modalità irruenti e tendenzialmente impulsive di relazionarsi con l'esterno, ma sfoceranno in quel disturbo oggi conosciuto e definito come disturbo borderline di personalità.
Il bambino nei primi anni di vita ha continui e fisiologici sbalzi di umore, incorre in parossismi emotivi inquietanti: non sussistendo la capacità cognitiva per riconoscere e accettare la necessità di attendere per la soddisfazione del suo bisogno, la sua mancata cognizione della dimensione temporale lo porta ad richiedere con immediatezza la gratificazione che avverte come vitale, e la sua reazione non può neanche essere definita come una perdita del controllo emozionale che lo porta ad essere distruttivo. Sotto la protezione dell'adulto, venendo sostenuto con la relazione di cura e aiutato nell'acquisizione di un progressivo controllo, il bambino inizia ad entrare in possesso dell'ambiente circostante, inizia ad investire il mondo esterno con le proiezioni che la sua psiche inizia a produrre in modo sempre più evidente, e inizia a riconoscersi in un "io" che sarà il centro del suo mondo.
Prima di essere patologico, il narcisismo è primario, un momento della fase evolutiva individuato da Freud e studiato da più di un secolo, nelle sue forme usuali, contenute, che sono anche apparse a molti psicopatologi come naturali ed ineluttabili, tanto che si sono avute contrastanti posizioni rispetto a lasciare o meno il disturbo narcisistico di personalità nell'ultima edizione del DSM. Kohut ha definito a tale proposito il concetto di "narcisismo sano", individuando una fase istrionica narcisistica del bambino da attraversare in quanto necessaria per lo sviluppo del Sé, per l'incremento dell'autostima e per dare struttura all'io, ben espresso nel "guarda mamma!" del bambino che cerca l'approvazione del genitore per le sue prime iniziative autonome. Il bambino deve imparare a distinguere il suo io dal suo "mio"; il narcisismo primario si manifesta nell'incapacità di gestire la sua emotività e la sua affettività quando non vengono soddisfatti nell'immediatezza i suoi bisogni, e quando non trova una disponibilità diretta nell' avere le soddisfazioni che cerca, o le attenzioni, spesso egocentriche, che reclama dai genitori (o caregivers).
Possiamo anche riflettere sulla tendenza del bambino, evolvendo nella fase prescolare, fino alla prima scolarizzazione, a mostrare tratti che non sarebbero accettabili nell'età adulta: la tendenza ad agire unicamente per il suo vantaggio, non riuscendo ad avere empatia per l'altro, con la tendenza quasi automatica a distorcere la realtà per appagare i suoi desideri – nella favola di Pinocchio si racconta di questa tendenza alla bugia - sembrerebbe quasi una fisiologica tendenza nel bambino a voler modificare la realtà; o spesso anche ad impossessarsi di un oggetto non suo, senza preoccuparsi delle conseguenze ma solo di non essere notato in un comportamento che già avverte essere come inappropriato; la capacità di azione fisica può portarlo anche ad agire aggressivamente. E' abbastanza comune che dei bambini possano avere dei litigi aspri e degli scontri fisici fra di loro, anche se poi la maggioranza imparerà a controllare la propria reattività crescendo. Potremmo forse, sintetizzando, affermare che il bambino, dalla nascita fino allo sviluppo del Super-io – o più pertinentemente all'età contemporanea, dell'Ideale dell'Io – resti in una fase indefinita dello sviluppo della personalità in cui sussistono quei tratti che, se non elaborati, verranno ad essere nell'età scolare i sintomi di un disturbo della condotta, sfociando nell'adolescenza ed età adulta in un disturbo antisociale di personalità.
Uno sviluppo in tale direzione potrà portare il bambino ad essere estroverso, ovvero tendente a cercare nel rapporto con l'esterno un'espressione di sé, della sua emotività e della sua affettività. Se tale tendenza all'estroversione verrà a ridimensionarsi, la personalità sarà adeguata se acquisirà una struttura sufficientemente stabile, e la persona apparirà come capace di socializzare, di intrattenere rapporti positivi e costruttivi con gli altri. Se non interverranno cure ed esperienze capaci di mettere in atto tale ridimensionamento, se non raggiungerà una struttura adeguata, con maggiori probabilità il proporsi della persona nel rapporto con l'esterno sarà discrepante, e la sua tendenza alla socializzazione risentirà di un eccesso di presenza del suo Io, apparendo come una presenza eccessiva, indiscreta, non in sintonia con le dinamiche di relazione che avrà bisogno di vivere. Si tratta della differenza che passa fra una persona socievole, sicura di sé ma discreta, che ispira fiducia e simpatia negli altri e che intrattiene rapporti sociali e intimi sufficientemente stabili, e una persona che risulta invadente, poco empatica nel rapporto con gli altri, scarsamente capace di ascoltare, portata ad essere al centro dell'attenzione prevalendo e prevaricando sugli altri, in modo costante ed egosintonico: stiamo parlando di persone la cui personalità può essere facilmente inquadrata come "istrionica" o "narcisistica".
Se la tendenza a prevaricare sarà eccessiva, potrà anche risultare "antisociale"; se sarà portata ad agire in modo aggressivo – nel caso l'impulsività fosse anche agita in modo scoordinato e rivolta verso se stessa con modalità autolesionistiche, come conseguenza di una scarsa elaborazione e controllo dell'emotività - parleremmo di borderline.
Queste le riflessioni rispetto al cluster B, ma analoghe riflessioni sussisterebbero rispetto ai disturbi del cluster C e del cluster A.
Non ci soffermiamo su quanto sia opportuno definire l'Io del neonato "primordiale", o se non sia meglio chiamarlo "prototipico". Sappiamo tutti, per conoscenza empirica diretta, che non possiamo avere consapevolezza di quanto accaduto ad ognuno di noi nei primi mesi della nostra vita. Per quanto ci possiamo spingere indietro con la memoria biografica, possiamo arrivare ad avere ricordi molto frammentari, e spesso anche di dubbia corrispondenza a quanto realmente avvenuto, ma sono sempre ricordi nei quali l'Io individuale, di cui abbiamo coscienza, era presente e definito da una visione di sé univoca e specifica.
Possiamo arrivare ad avere ricordi corrispondenti all'età in cui apprendiamo il linguaggio, ma nessuno può arrivare a ricordare i primi ventiquattro mesi di vita. Tale osservazione non vuole essere retorica, ma si coniuga con quanto fin qui considerato: la personalità, fra le molteplici possibili definizioni alle quali abbiamo fatto cenno all'inizio di questa trattazione, crediamo possa definirsi come la capacità dell'individuo umano di riconoscersi in un vissuto al quale corrisponde una identità stabile nel tempo, e che viene a svilupparsi dalla nascita fino al presente in un continuum esperienziale, nel quale si definisce la "persona", nella consapevolezza della permanenza di sé nel tempo; riconoscersi in un passato e ritrovarsi in un presente dà concretezza a quello che siamo, così come il mondo esterno ci riconosce nella stabilità dell'immagine di noi stessi che ogni giorno mettiamo in relazione con esso.
La questione si complica con la presenza della memoria implicita, emozionale, della quale non si hanno ricordi fatti di immagini e parole, ma solo stati emotivi che si provano fin dalle ultime fasi intrauterine, emozioni che emergono inaspettatamente, stimolate da circostanze o eventi che appaiono neutrali alla razionalità, e sono stati emotivi che sorprendono, complicando la visione che la persona può avere di sé.
La psicologia dinamica, ma in parte anche quella sistemica, mettono in luce quello che accade nella psiche quando l'individuo è ancora in embrione, ovvero non ha ancora consapevolezza di se stesso, quando è ancora in fase "marsupiale", ovvero integralmente contenuto nelle e dalle cure del caregiver, nello stato ontogenetico dove l'identità stessa è indefinita, e l'Io - se accogliamo la visione di M. Klein- anche se presente, non è ancora in grado di avere una coscienza di sé, una capacità razionale di appercepire la sua identità, se pur embrionale, e non è nella condizione di riconoscere se stesso: il "conoscere se stesso", infatti, resta un obiettivo ancora molto lontano nel progresso evolutivo ed è difficile da raggiungere.
Possiamo allora dire che il neonato, ma anche il bambino in età prescolare, la cui attività mentale è caratterizzata da un pensiero magico, svincolato dai limiti del reale, viva prevalentemente in una dimensione dove prevale l'inconscio. Il processo di crescita, la differenziazione dalla madre, dalle altre figure parentali e familiari, dal mondo in quanto tale, fanno filtrare esperienze emotive, affettive e cognitive che iniziano ad essere contenute in un bagaglio mnestico di cui il bambino acquisisce sempre di più padronanza, gradualmente, come con il linguaggio verbale, abbinandole alla memoria biografica.
"Intorno al ventunesimo mese inizia la differenziazione vera, dato che iniziano ad emergere le singole individualità che rendono ogni bambini diverso dagli altri, anche nell'espressione del suo essere nelle relazioni con gli altri, e non solo con la madre e il padre." (M. Mahler 1975).
Possiamo aggiungere che la dimensione emotiva del neonato e del bambino in età prescolare è da considerarsi del tutto priva di un argine, di un confine la cui sagoma affettiva è rappresentata appunto dal concetto di personalità, o meglio dal suo prototipo disegnato da una potenzialità geneticamente acquisita, ma in attesa di un'esperienza che ne concretizzi la forma e ne metta a fuoco i contorni.
Uscendo dalla fase simbiotica, l'embrione della personalità inizia a manifestarsi, ad essere sempre più riconoscibile, i tratti predominanti saranno visibili, e il bambino inizia a mostrare se stesso lasciando già immaginare quella che potrà essere la sua persona da adulto. Se nella fase simbiotica non si sono avute le cure necessarie, se non c'è stata una relazione sufficientemente adeguata per far sì che le prerogative specie specifiche del soggetto umano si attivino, se non c'è stato il ricovero nel marsupio psicologico, ciò potrebbe costituire il fattore eziologico per patologie che possono andare anche oltre, per gravità e complicazioni sintomatologiche, il disturbo di personalità. Altrimenti, se le cure ricevute sono sufficienti, la personalità inizia a mostrarsi. Si vedono bambini di tre anni che definiamo timidi, introversi, altri disinvolti ed estroversi, vediamo bambini più reattivi e altri più remissivi. Così come i tratti fisiognomici divengono più definiti, rendendo il loro viso unico, così il loro modo di essere con gli altri, nel loro ambiente relazionale, inizia ad apparire peculiare, inizia ad essere il "loro" modo di essere.
I fattori sociali e culturali restano però determinanti. Il modo di prendersi cura del bambino è condizionato dai modelli culturali. Già in fase neonatale madri e caregivers di differenti culture potranno dare impostazioni diverse alla cura, avranno una gestione diversa del "marsupio". Resta suggestivo il fatto che, con l'uscita dalla fase simbiotica, il bambino inizi a rapportarsi in modo sempre più personale, e a definirsi in modo più autentico e univoco nel rapporto con la sua stessa cultura di appartenenza. Aderire a tale cultura, conformarsi, seguire un pensiero comune – anche se non unico o univoco, ma comunque non significativamente diverso da un pensiero collettivo – costituisce il cardine per essere accettato come "persona nella norma", altrimenti il disturbo, in un'area di espressione o un'altra, sussisterà. Riportiamo a tale proposito il primo fra i criteri generali per i disturbi di personalità, come definito dal DSM-5:
"Criteri. A: un pattern abituale di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell'individuo. Questo pattern si manifesta in due (o più) delle seguenti aree: 1 Cognitività (cioè modi di percepire e interpretare se stessi, gli altri e gli avvenimenti). 2 Affettività (cioè varietà, intensità, labilità e adeguatezza della risposta emotiva). 3 Funzionamento interpersonale. 4 Controllo degli impulsi." (DSM-5 AA.VV. 2013).
Ancora più esplicita è la precisazione nel paragrafo "Aspetti diagnostici legati alla cultura di appartenenza":
"La valutazione del funzionamento della personalità deve prendere in considerazione l'ambiente etnico, culturale e sociale dell'individuo. I disturbi di personalità non dovrebbero essere confusi con i problemi legati all'acculturazione che seguono l'immigrazione, o con l'espressione di abitudini, costumi o valori religiosi e politici professati dalla cultura di origine dell'individuo." (ibidem).
Qui si legge chiaramente quanto il concetto di "disturbo" sia vincolato al concetto di devianza rispetto alla norma culturalmente stabilita, in un dato contesto e in un dato momento, e possa quindi essere condizionato dalle differenze fra le culture, una differenza che si risolve in una differente lettura di un comportamento e di un modo di essere della persona da chi non appartiene al contesto culturale di cui la persona osservata è partecipe.
In una recente pubblicazione (2017), A.E. Skodol, D. S. Bender, J.M. Oldham riportano studi osservazionali e riflessioni di vari autori in merito ai criteri generali stabiliti dal DSM-5 per l'individuazione dei disturbi di personalità. In particolare, il criterio D, che nel DSM recita:
"D: Il pattern (per questo criterio, ovviamente, viene omesso l'aggettivo "abituale" invece presente negli altri criteri) è stabile e di lunga durata, e l'esordio può essere fatto risalire almeno all'adolescenza o alla prima età adulta." (op.cit.).
In riferimento a tale criterio, gli studi condotti dai vari autori sembrano andare molto più indietro rispetto all'adolescenza, arrivando appunto fino ai tre anni.
"I tratti di personalità mostrano antecedenti temperamentali chiari (Shiner, 2005) per cui, raggiunta l'età scolare, la struttura di personalità dei bambini è già simile a quella che avranno da adulti (Shiner, 2009, Tackett et al. 2009). Già a tre anni i tratti di personalità sono relativamente stabili, ma la loro stabilità aumenta nel corso della vita fino circa ai 50 anni." (Roberts, Del Vecchio, 2000).
I risultati di tali studi sembrano concordare sul fatto che la personalità nasca con l'uscita dal marsupio psicologico rappresentato dalla fase simbiotica, e inizi ad esprimersi, come potenzialità mentale e relazionale, nel passaggio dalla fase di differenziazione a quella di sperimentazione; rimane quindi abbastanza stabile nei suoi tratti relativi ad una fisiognomica personologica, ma sempre restando vulnerabile ai condizionamenti esterni, alla portata determinante delle esperienze e all'influenza degli agenti culturali e ambientali.
Il concetto di personalità va allora integrato con quello di "persona", allorquando lo sviluppo dell'individuo umano raggiunge quello stato di maturità per cui si diventa consapevoli di se stessi, si acquisisce una identità stabile, insieme ad una coscienza della propria stabilità e della propria consapevolezza, con un Io che organizza tali risorse, per quanto gli sia concesso come istanza dotata di razionalità e non semplicemente in balia di un essere indefinito, inconscio, che agisca solo in base alla sua istintività, in base alla quale saremmo solo animali privi di pensiero, e non esseri umani dotati di personalità.
Giovanni Jervis, a tale proposito, scriveva:
"L'identità di un essere umano – non di una persona – è sempre la stessa, dalla sua nascita alla sua morte… Non è così per l'identità di persona. Un singolo essere umano non solo non è considerato persona quando è ancora un bambino molto piccolo, né quando eventualmente è vecchio, malato e demente: ma anche può considerarsi, ed essere considerato, due persone diverse all'età di venti anni e di cinquanta." (Jervis 1984).
Anche in tal caso, possiamo esperire il senso di tali affermazioni facendo appello alla nostra semplice esperienza: tutti possiamo ritrovarci a dire di qualcuno che conosciamo molto da vicino "è un'altra persona", o pensarlo anche di noi stessi, in differenti momenti della nostra vita, a differenti età; la nostra e l'altrui identità, invece, la riconosciamo stabile nel tempo. Ciò avviene grazie ad un Io che:
"senza essere coscienza né essenza, assicura un certo grado di unità all'individuo e di identità alla persona." (ibidem).
La coscienza interviene come funzione conoscitiva, come elemento supplementare che ci consente di prendere visione di ciò che siamo, ed eventualmente di arrivare a conoscerci nella peculiarità di ciò che siamo diventati in quanto persona e dotati di una certa particolare personalità.
Scrive ancora Jervis: "la coscienza umana muove da un soggetto verso un oggetto." (ibidem).
La psicopatologia sembra agire in modo analogo.
Alla stesura del DSM, nelle varie edizioni, hanno partecipato dozzine di studiosi, quasi tutti appartenenti alla comunità scientifica occidentale, o naturalizzati in Occidente. Le loro singole coscienze, le loro soggettività, si sono confrontate cercando di trovare una linea comune, univoca, per valutare il fenomeno della salute mentale; si è visto, consultando il DSM-5, che gli autori hanno tenuto conto di come il contesto culturale selezioni come più o meno adeguato un determinato funzionamento della personalità, con la conseguenza di un incremento o meno del disagio per la persona, così come nell'influenza sulla salute psichica e psicologica; si deduce che abbiano cercato di isolare la variabile culturale, che tende a differenziarsi a seconda delle differenti teorie; per isolarla e dare un rilievo concretamente scientifico alle loro osservazioni, hanno evitato di seguire teorie particolari, andando oltre la definizione data più di mezzo secolo fa da Hall e Lindzey e riportata nelle prime pagine di questa divagazione.
Per giungere ad una visione collettiva e condivisa, hanno ubbidito al presupposto fenomenologico rivolgendo l'attenzione all'essenza della natura umana e dei suoi risvolti eidetici, ma attenendosi al dato di realtà, all'osservazione dei fatti, per darne una descrizione oggettiva, e per catalogarli in modo tassonomico, secondo un principio di salute che ubbidirebbe all'ideale di un'esistenza psichica in grado di raggiungere un equilibrio assoluto, definitivo, che comporti l'assenza di patologia, disturbo o disagio. Anche in questo caso, siamo di fronte ad un paradosso: si cerca l'essenza del benessere psichico, senza tenere presente che non esiste il benessere psichico in assoluto, ma solo idealmente.
La task force del DSM diventa una sorta di coscienza collettiva, una soggettività condivisa che muove verso un oggettivo concetto di benessere, inteso come un ottimale e generico adattamento al contesto e una capacità di relazionarsi in modo produttivo e sintonico ad esso. Il limite sta nel fatto che la psicopatologia non può arrivare ad avere una concreta e definita coscienza di sé: la psicopatologia è il risultato di una riflessione condivisa e partecipata da un cospicuo numero di menti pensanti, ma non è di per sé un soggetto pensante, resta un'astrazione scientifica, un tentativo di rendere oggettivo un concetto – la salute mentale o la psicopatologia, almeno per quanto riguarda la personalità e i suoi disturbi – che non può definirsi di per sé in modo unico ed univoco, estendibile a tutti e da tutti condivisibile, così come non sono uniche ed univoche le culture nel tempo cronologico (vedasi l'esempio dell'omosessualità, almeno per quanto riguarda la cultura occidentale) e nello spazio geografico (il persistere nell'immobilità di un fachiro indù potrebbe essere letta dallo psichiatra anglosassone come un'espressione di catatonia). Il DSM-5 lo chiarisce e pone a se stesso il suo limite, dichiarandolo nel criterio generale A per i disturbi di personalità su citato.
Una mente pensante, cosciente di sé stessa come entità partecipe del mondo, del contesto, ma pure da esso distinta attraverso la percezione elementare dell'Io, la persona, muove verso un benessere esperito come un oggetto da raggiungere, da comprendere e al quale adattarsi; ma questo oggetto sarà concreto quanto più la persona lo riconoscerà come dotato di un'assoluta originalità: ciò che può raggiungere sarà una conoscenza oggettiva di sé stesso, una posizione da cui diventi soggetto di se stesso, una visione di sé come unico e irripetibile, come un soggetto oggettivo, o una soggettività oggettivata.
Per arrivare a questo risultato, la persona dovrà avvalersi di una personalità strutturata, riconoscersi e accettarsi nella sua peculiarità e particolarità, e deve imparare ad usare le sue componenti funzionali per tale scopo. La psicoterapia agirebbe con la finalità di portare una data personalità ad una struttura più solida, aiutando la persona a conoscersi, a riconoscersi, a mettere a fuoco sé stessa.
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