Biennale di Venezia - Stranieri Ovunque/Foreigners Everywhere
Rosa De Rosa
Pedrosa ha scelto di esplorare in profondità un tema cruciale del nostro presente: che cosa significa nel mondo globalizzato e iperconnesso la parola "straniero"? Non solo vediamo gli altri come "stranieri" ma sempre più ci sentiamo stranieri noi stessi. Intorno a questo tema la Biennale ha disegnato un percorso di consapevolezza dell'evoluzione e del significato prospettico di linguaggi, saperi, culture del Sud e del Nord del mondo. L'arte continua così a parlarci del presente, trasmettendo messaggi di esplorazione e conciliazione di nuove cittadinanze.
Lungo questo itinerario la mia prima suggestione è la facciata dell'edificio del Padiglione Centrale ai Giardini: un monumentale e variopinto murale realizzato dal Collettivo indigeno Brasiliano Mahku: settecento metri quadri policromi tempestati di persone, paesaggi, storie. All'interno, nella prima sezione del "Nucleo Storico", la sala dedicata ai ritratti e alla rappresentazione della figura umana si presenta come una celebrazione dell'identità dell'artista e della straordinaria multiformità di connotati di genere, di cultura, di orientamento sessuale.
Questa multiformità è senz'altro il tema dominante di tutti i Padiglioni nazionali, tra i quali scegliamo – molto soggettivamente – i più interessanti.
Partiamo dalla Spagna. Sandra Gamarra Heshiki, nata a Lima ma madrilena d'adozione, ha reso omaggio all'arte di ogni tempo allestendo una "Pinacoteca Migrante", un museo immaginario fatto di copie di opere esposte nei principali musei spagnoli e trasformate in nuovi prodotti che ruotano intorno al tema del passato coloniale spagnolo. Opere famose e non, reinterpretate non in rapporto all'iconografia, alla decodificazione di quanto ci sembra di riconoscere, ma in relazione al viaggio e specialmente al viaggiatore.
Definirei abbagliante il Padiglione della Francia, dove lo scultore franco-caraibico Julien Creuzet, mette insieme poesie, testi, sculture multicolori, musica, cinema: una sintesi armoniosa di creatività e bellezza. Sono le parole a guidare il visitatore in una navigazione infinita e armonica tra forme, suoni, colori, abitanti. "Quella che qui è proposta – si legge nell'introduzione – è una zona di confluenza sensoriale, un'esperienza da vivere profondamente".
Il coloratissimo Padiglione degli Stati Uniti è dedicato all'artista nativo americano Jeffrey Gibson, che nelle sue istallazioni utilizza non solo pittura ma anche tessitura e oggetti di artigianato: perline, frange, nastri, fibbie, borse, e altre decorazioni, per parlarci di appartenenza, identità, tradizione: "l'inclusione di questi oggetti è un gesto d'amore che crea un legame fisico e umano con il creatore e le sue tradizioni ma anche un dialogo visivo all'interno della composizione che rivela la fede di Gibson nel potere curativo dell'arte espresso attraverso un'etica di amore e accettazione". Se ne ricava un'esortazione alla convergenza di valore tra le inesauribili forme dell'arte tradizionale del pianeta, dalle origini alla contemporaneità.
Nel nostro breve percorso non si può non citare il Padiglione del Giappone, che si conferma avanguardia dei linguaggi artistici. Yuko Mohri propone nella grande sala espositiva i temi dell'ecologia e della sostenibilità ambientale. Sculture cinetiche fatte di oggetti di uso comune: imbuti e bacinelle assemblati con fili e tubi, raccolgono l'acqua, che non si disperde, si ricicla. Nella stessa sala, le tematiche ambientali si basano su oggetti recuperati in laguna, come mobili e tavolini, popolati da fruttiere i cui frutti maturi contengono sensori che emettono suoni e odori prodotti dalla decomposizione chimica degli alimenti.
Un paesaggio visivo, olfattivo e uditivo che muta in risposta alle condizioni ambientali e vitali.
L'Arsenale, altro grande spazio espositivo, ci accoglie con le scritte al neon "Stranieri Ovunque" di Claire Fontaine e con il grande Cosmonauta-migrante di Yinka Shonibare. L'opera rappresenta un moderno viaggiatore che si muove nel tempo e nello spazio portando nel suo carico, una bisaccia, quanto la modernità ha prodotto.
Nella grande sala del Libano curata da Nada Ghandour un'imbarcazione tradizionale ricorda il passato di questo antico popolo fenicio, in parallelo con l'istallazione multimediale "Con il suo mito lei danza" di Mounira Al Solh, una reinterpretazione dal punto di vista femminile di uno dei miti più celebri della classicità: il rapimento di Europa, principessa fenicia, da parte di Zeus. Nel rileggere il mito (Zeus, trasformato in toro, rapisce Europa, la seduce e la conduce fino a Creta), l'artista ci sorprende con un finale alternativo e contemporaneo: la donna di oggi, più consapevole delle proprie capacità culturali e sociali è artefice del proprio destino. Un atto ancora incompiuto, una parità di genere ancora in ritardo in tanti paesi del mondo.
L'incontro più interessante con il tema delle migrazioni si fa nella grande sala centrale dell'Arsenale con il lavoro "The Mapping Journey Project" di Bouchra Khalili, artista del Marocco. Otto installazioni, elaborate nel corso di tre anni di lavoro attraverso le principali rotte migratorie del nostro tempo, raccolgono storie di migranti narrate dagli stessi protagonisti: su carte geografiche, coordinate da video, tracciano rotte e narrano il loro viaggio dolente, durato anche anni. Storie di uomini, donne, ragazzi, bambini con i loro corpi, voci, nomi e cognomi, storie di coraggio, soprusi, paure, sogni.
Il Padiglione Italia, curato da Luca Cerizza, accoglie i visitatori con la musica: un grande ambiente è abitato dal progetto di Massimo Bartolini "Due qui/To Hear (Udire, Ascoltare)", istallazione ambientale e sonora dove spazio e ascolto, armonia e pace, relazione e suono, ci inducono a sostare, a riflettere su ciò che in tempo reale stiamo vivendo. In totale silenzio si percorre la grande sala abitata da una sola presenza, una piccola statuetta di Bodhisattva pensoso, una delle figurazioni più importanti della cultura buddhista.
Credo che in questo tempo di guerre, migrazioni, ineguaglianze intollerabili, crisi ambientale, la Biennale abbia avuto il merito di dare nuovi e sorprendenti significati alla parola "straniero": straniero è, per tutti, l'altro, e dunque la conoscenza della stupefacente diversità di linguaggi, tradizioni, espressioni artistiche è l'unica strada che abbiamo per intraprendere un percorso sensato verso l'uguaglianza, la solidarietà, la libertà di tutti i popoli del pianeta.